Mary and me – 8. Casa cavallo

casa cavallo 0

Era stato un imponente monumento

tanto drammatico da incutere timore

a conquistatori e sovrani

e tanto inquietante da alimentare leggende

che prevedevano guarigioni fantastiche

tra nitriti e ovazioni di sgomento.

Il popolo si riuniva nella piazzetta

dove oggi San Gennaro si affaccia dalla guglia

e tra un’opera pia ed una preghiera

ammirava le criniere e gli zoccoli di bronzo

fin quando non giunse in città

il volere e la mano visibile di Dio

a porre fine a tanta superstizione e paganesimo.

casa cavallo 2

Gli zoccoli, il ventre e forse anche la coda

divennero le sonanti campane della Cattedrale

espiando la colpa ad ogni rintocco per ogni messa solenne

ed il Duca, sempre attento alle cose cittadine

seppe reclamare la testa

del fulgido cavallo di bronzo

ad ornamento per l’augusto cortile del suo splendido palazzo.

Da allora la testa porta il nome del Duca

che volle adornare le stanze

e i corridoi

e la facciata

con ognuna di quelle meraviglie dell’epoca antica che riusciva a conquistare

come aveva conquistato bottini

e feudi

e donne

e saggezza

al fianco del suo re catalano.

casa cavallo 4

Uno scrigno medievale

affacciato sulla strada antica

rivestito della classicità del Rinascimento

ancora oggi dischiude il suo portone

e concede ai passanti uno sguardo frettoloso

alla testa.

Ogni volta tornare a casa

È fare i conti con il Duca

e mentre il tè bolle sul fornello nella cucina

sfogliando con attenzione le pagine di una rivista

ma guardando solo le immagini

gli occhi di Mary vedono il velluto

del mantello del Duca

scende da cavallo e sale le scale

rientra nei suoi appartamenti

e accende il lume sui suoi studi.

casa cavallo 3

Dietro gli occhiali

riflessi nello specchio

nel pennello col quale insegue i colori della sua giornata

gli occhi scuri di Mary sorridono

al pensiero del duca

del suo disappunto verso l’arte contemporanea

Il suo sconforto per i suoi beni andati perduti

e ogni mattina

uscendo a piccoli passi

sorride alla testa del cavallo e sorride anche al Duca

bagnato nella pioggia

splendente dentro il sole del pomeriggio

in quella smorfia animale

ogni volta vede il Duca

e vede casa sua

alla fine e all’inizio del giorno

e perché lei è un’artista

ogni volta sorridendo

uno solo è il pensiero nella sua testa

uno solo fatto di due parole

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–  casa cavallo

però sorridendo, col punto esclamativo.

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Disegni di Mary Cinque

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Leggi anche:

Intro
1. La via di casa
2. Carmela
3. Eduardo
4. Monte Pio
5. La direttrice
6. Madonna napoletana
7. Bellini

Mary and me – 7. Bellini

Inizia il giorno nella stanza con le tende chiuse
il pc acceso dalla notte
lo schermo fermo sulla fine della puntata in streaming
la ceneriera ancora stracolma
e le matite, gli evidenziatori
i libri fotocopiati tutt’intorno.
La sveglia suona
e risuona ancora
tra le foto appese al muro
la stampa di Van Gogh e Monet
e il Vesuvius di Warhol
– quando è troppo tardi
e non deve andare a lavoro
sa già che la giornata si perderà tra aule occupate e scalini al sole.

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Già varcando Port’Alba, rivolgendo l’ennesimo sguardo alla statua di San Gaetano
all’apice del portale poligonale
il tempo inizia a sfuggirle dai pensieri
correndo sulle copertine dei libri sulle bancarelle.
Là finiva Neapolis
e la capitale del Viceregno
e oggi ci finiscono e ci iniziano i giorni
di lei dei suoi amici
di quelli che a Napoli escono tutte le sere.

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Il pomeriggio si consuma nel caffè schiumato
preso al tavolino di un bar al centro
e nella musica che come un soffuso sottofondo
emerge dalle pareti del Conservatorio
– si svolge così la poesia del centro storico dell’antica città
che sa accogliere tutti in quelle strade come vene
persone come il sangue che scorre
– pulsa calpestando i basoli dei decumani
seduto sulle panchine delle piazze
sangue che pulsa
che dà vita alla millenaria Napoli.iodice_cinque_napoli_collonese

Eleonora sa di essere solo una goccia
e da quel flusso in continuo movimento
sa emergere
e sa sprofondarci dentro
ma spesso tra quei vicoli dove s’incanta a scoprire scorci mai visti
a respirare le storie del passato che legge sui libri
non sa qual è la direzione giusta
dopo aver sbandato pesantemente
dopo aver inseguito i passi di qualcun’altro

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allora come se la banalità fosse la risposta
lascia che riempiano i suoi vuoti
i saluti rivolti con la mano
o le chiacchiere inutili spese per una buona mezz’ora
il tempo impiegato a vedere il profilo facebook di quello dell’altra sera
e di quella che fa la stronza e mette le foto col culo di fuori anche d’inverno
– mentre sfilano cani con i padroni
senza guinzaglio
e frisbee e ragazzi con la chitarra
professionisti che hanno finito di lavorare
il profilo del campanile della Pietrasanta
esplode d’arancio e comincia la sera.

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iodice_cinque_napoli_perditempo
Avevano messo in fila i mattoni del tempio pagano
reimpiegato i marmi splendenti e le epigrafi dei notabili della città
e adesso l’antica costruzione dà il suo assenso silenziosa
– dove si dice danzassero vestali e poi streghe
oggi c’è la volante della municipale
un bar che fa vedere la partita del Napoli cinque euro
e gente che passa che chiacchiera
che ride
che urla
che va a fare l’aperitivo.
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Cambia faccia ogni strada del centro
si riempie uno spazio all’angolo delle antiche mura
che diventa brulicante e affollato di persone
sguardi birre parole gesti
tre pacchetti un euro
gente che si conosce e non si saluta
gente che si saluta e non si sopporta
la bacheca virtuale si trasferisce in piazza
e solo così Eleonora si accorge di non saper cliccare e condividere
cercando un solo sguardo tra molti
ricordando la perfetta simmetria delle spalle di lui
e quando la mattina li sorprendeva da soli lontani da tutto
in un’estate appena finita.
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Le birre diventano cocktails
e poi cicchetti
come se ogni sera ed ogni notte
esplicasse la sintesi di ogni mattina e di ogni giorno
la triennale, la specialistica e poi il dottorato
chi ha un’età e non vuole impegnarsi
il lavoro che non c’entra un cazzo con gli studi
le foto condivise che non avrebbe mai voluto vedere
– tutto quello che una giovane donna può fare
naufraga nelle serate al centro nella speranza di rivederlo
– ogni cosa annega in quelle facce
puntuali come l’alba.
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La notte riusciva a sentire la voce della malinconia
nascosta tra le parole di discorsi alcolici
dove le chiacchiere fanno più rumore di tutto
dove il fumo non odora di tabacco
e i pensieri che si accumulano come le bottiglie di vetro
la notte che è notte e non sa più a che ora è cominciata
la sregolatezza che diventa l’unica costante
espressa in ogni mattinata scandita dal mal di testa.

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Il turbinio notturno si risolve in un cielo azzurro
– Eleonora, ripercorrendo i passi fatti nella notte
di giorno l’armonia che cercava
la ritrova nella perfezione delle nervature a sesto acuto
inseguendole con lo sguardo lungo la parete
finchè non s’incrociano nel punto più alto della campata gotica
e lì al culmine dell’architettura medievale
nell’eco del silenzio della navata

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sente crescere in sè pietra dopo pietra
quella solida e temporanea tranquillità
che varcato il portale per andare ai corsi
torna ad essere una nuova sfida
da affrontare col sole e con le stelle
cercando di dimenticare gli occhi suoi
persa notte e giorno
tra le strade del centro storico.

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Disegni di Mary Cinque

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Intro
1. La via di casa
2. Carmela
3. Eduardo
4. Monte Pio
5. La direttrice
6. Madonna napoletana

Mary and me – 6. Madonna napoletana

L’antica arte si consuma
sulla pelle di quelle mani giovani ed esperte
instancabili, impegnate nel minuzioso lavoro
quasi ogni giorno.
Il mestiere imparato in dialetto
osservato nei gesti del nonno
e poi di suo padre
– quando il sole taglia i vicoli
vorrebbe solo uscire a fumare coi compagni
e non averlo mai imparato.
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Ogni giorno modella
nasi volti mani
e gambe con scarpe e calze
– la venditrice di spighe
il pescatore imbruttito dalla fatica
il ragazzo al pozzo e le sue mummarelle
l’oste anziano
la giovane donna al mercato
i giocatori attorno al tavolo di legno
terracotta fil di ferro sughero
ogni giorno tra le sue mani
nascono le facce del presepe napoletano
– ne aveva uno solo suo
dove conservava i suoi pastori più belli.

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Tanti giorni di lavoro
nella tensione di quelle due settimane di Dicembre
quando il mestiere esce dalla bottega
e insieme a suo cugino Angelo
andava a montare la bancarella schierata in bella mostra
sui gradini dell’antica chiesa di San Lorenzo.
Il freddo
il sole
la folla a passeggio
in quel periodo riempiono le sue orecchie
e le sue giornate
insieme all’ineluttabile percezione
di quell’antico mestiere
ereditato in silenzio come un segreto
come una catena che lo teneva seduto lì
a modellare volti
senza poter essere una
delle facce della folla a passeggio.
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Ogni due ore o poco più
nell’arco di tutta la giornata
si fermava lei all’angolo
un gruppo di persone al seguito
alle quali ripeteva più o meno
sempre le stesse parole.
Chiedeva a suo cugino
di abbassare il volume della piccola radio
che vomitava gracchiando pezzi neomelodici
perchè voleva poter ascoltare
ogni due ore o poco più
quelle stesse parole
– da privilegiato e senza pagare.
Grazie a lei aveva imparato
che quella era la piazza più antica
fulgido cuore pulsante
della magnifica polis greca
– dalla sua voce aveva sentito
parole mai udite prima in dialetto
altre lingue, ormai scomparse
lei le aveva usate per spiegare quella strada
una delle tre che tagliavano la città
e così Spaccanapoli era diventata il Decumanus Maior
– le piccole dita e le unghie con lo smalto
indicavano le colonne in alto,
davanti alla chiesa,
i nasi della gente si rivolgevano tutti a guardare appresso al dito
lui sentiva la voce di lei
e nella basilica riusciva a leggere il magnifico tempio
– di notte, quei luoghi che lei gli aveva mostrato di giorno
finivano in sughero e legno
a riempire il suo presepe segreto.

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La mattina fatta dei racconti di Angelo
e le domande insistenti della zia sul lavoro
si dissolvevano in quel quarto d’ora
– lui che voleva riempire gli occhi dei luoghi silenziosi della sua città
era solo costretto a riprodurli in piccola scala
mentre lei soltanto parlando
sapeva condurlo in cima al campanile fatto di lava
a vedere ogni cappella della chiesa del Petrarca
perso nei cunicoli sotterranei
– e senza che mai lui aprisse un libro
senza che mai lui rivolgesse una domanda
e senza che mai lei lo sapesse
quello che aveva imparato di più da ciascuna di quelle visite guidate
era proprio quel ragazzo col berretto seduto all’angolo
con lo sguardo timido
e le mani rovinate.
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Capitava che la vedesse attraversare piazza San Gaetano
di corsa, parlando a telefono
diretta al bar per il caffè
avrebbe voluto parlarle
sentire quella voce
dire cose solo per lui
avere il verde di quegli occhi attenti
dentro i suoi
– ma lei solo gli sorrideva
sempre a passo svelto
senza parlare mai.
Il decumano gli scorreva sotto gli occhi
le note si consumavano nelle orecchie
e lui sapeva che l’unico modo per averla
era che quel piccolo naso
quelle mani minuscole
fossero quelle di lei
– lei che tra le mille facce tra la folla di Natale
e pure d’Agosto, o in primavera
era quella che sapeva riconoscere all’istante
non l’aveva mai guardata a lungo e da vicino
ma modellava la terracotta
come ormai solo lui in famiglia era in grado di fare
e sotto le sue dita era come sentire la pelle di lei
– finchè, sotto lo sguardo marmoreo degli angioletti ai piedi del Santo
ma senza che Angelo veda
l’ultima pastorella è proprio lei
il castano dei capelli dipinto proprio come il suo
e stanotte,
se non potrà averla mai con sè
se non potrà mai andare con lei a vedere la chiesa di San Lorenzo
o il castello sul mare e tutti i posti di cui parla agli sconosciuti
se non potrà mai averla nel suo letto
l’avrà nel suo presepe
– una bellissima Madonna napoletana.
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Disegni di Mary Cinque

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Intro
1. La via di casa
2. Carmela
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5. La direttrice

Mary and me – 5. La direttrice

Il cielo si stringe per entrare nei vicoli,
quando è il tramonto ed un azzuro pre-estivo si stinge tra le nuvole.
Una ragazza torna a casa,
ed il cielo stretto e costretto le ricorda entrandole nei respiri tutto quello che è cambiato.
Una sera tardi,
quella stessa ragazza mette il mascara chiusa in un ufficio,
l’ufficio è il suo,
il locale fuori la sua porta si riempie di persone,
la cercano, la conoscono, l’aspettano.

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Quel posto antico,
dove di notte le ciminiere rimangono come nere sentinelle ad ascoltare il casino,
tutti i giorni mentre lavora
e tutte le notti mentre ci beve su
la riempie di speranze e di malinconia,
risucchiando ogni pensiero che non sia il lavoro.

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Nell’ufficio c’è lei chiusa,
fuori il cortile con le macchine parcheggiate e gli intonaci cadenti,
dentro il computer e la stampante,
fuori le storie di un nobiluomo a cui il Re affidò l’impresa della Real Fabbrica,
dentro c’è il presente, i giovani, la musica,
fuori e sotto c’è la leggenda dei cavamonti e del monaciello,
alle porte della città,
sotto le imponenti torri di piperno, e immediatamente nelle vicinanze,
chi arrivava a Napoli entrando da Porta Capuana,
trovava quel posto, trovava il Formiello,

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la lana,
l’esercito dei Borbone,
i detenuti.
L’immagine di se stessa nel piccolo specchio senza cornice
ancora una volta le entra dentro,
gli occhi verdi che prima non truccava mai,
le sere trascorse al pc a fumare,
senza uscire, senza conoscere nessuno.

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La quotidianità stridente la riporta a quel passato profondamente diverso,
ed in questi piccoli momenti
fatti d’imprevedibili infinitesimali istanti
si esplica la parabola di un cambiamento radicale,
attraversato combattendo, e senza badarci troppo.
Alla ragazza sono cresciuti i capelli,
ha rivoluzionato il suo armadio, ha cambiato lavoro, e si sente come dopo un lavaggio in lavatrice.
Lo sporco è andato via, le macchie però le tornano nello sguardo, come ombre sulla vista di tutto ciò che è diverso da prima. 

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Nuove persone chiamano il suo nome,
sorrisi e abbaracci hanno nuovi sapori,
e spesso questa ragazza non sa come acconciarsi i capelli troppo cresciuti,
senza le geometrie di una frangia corta ed una rasatura entro cui rifugiarsi.
Ha perso qualcuno, che è rimasto indietro andando avanti,
ha trovato l’amore che inseguiva da sempre
per poi scoprire che non esiste l’amore perfetto.
Si perde negli sguardi e nelle parole cercando qualcosa a cui appartenere.
Quella ragazza era arrabbiata,
sapeva fare casino e litigare,
urlava dopo giornate passate nel sottosuolo della sua città.
Ora ha congelato le sue emozioni,
ed ha comprato un giobbotto di pelle.
I suoi pensieri prendono aerei e inseguono persone.
Lei cammina col cielo infilato tra i vicoli,
e nelle tasche a piccoli frammenti,
aspettando di liberarlo nell’azzurro di un’estate
con le nuvole stagliate ben lontano, all’orizzonte.

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Disegni di Mary Cinque

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Intro
1. La via di casa
2. Carmela
3. Eduardo
4. Monte Pio
6. Madonna Napoletana
7. Bellini

Buona la prima: QS – L’anima in sala

Per chi guarda Napoli come fosse uno spettatore, come capita di fare a me, l’occasione della prima del film di Cyop&Kaf, “Il Segreto”, proiettato tra le pareti del Cinema Astra, era un’occasione da non perdere.

Così, ieri sera, e dopo averlo lungamente preventivato ed organizzato, mi sono infilata in macchina ascoltando questo pezzo qui, e sono andata al cinema in Via Mezzocannone, con un buon tempo d’anticipo rispetto all’orario previsto per l’inizio del film, perchè avevo paura di non trovare il posto e perchè a me, al cinema, mi piace andare presto – e forse anche perchè avevo visto l’altissimo numero di persone che avevano assicurato la loro partecipazione perlomeno virtuale cliccando sulla pagina evento di Facebook.

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Già la visione del trailer e di qualche stralcio degli “Appunti visivi dai Quartieri Spagnoli” intitolati “Quore Spinato” avevano del tutto attirato la mia attenzione perchè emergeva con immediatezza, quasi con prepotenza, la vicinanza con cui Cyop&Kaf erano riusciti a ritrarre dal vero i loro protagonisti, però usando una videocamera al posto dei pennelli.

Per me che amo respirare il colore di questa città, la prima è stata il giusto evento a coronamento di un progetto che mi è sembrato volesse porre l’accento sulla contradditorietà dei luoghi e delle persone.

Infatti, oltre che alla location, situata ai margini del Centro Storico ma proprio sull’incisione profonda della mano del Risanamento di fine Ottocento, anche il pubblico era dei più eterogenei, ragazzi che ti capita di vedere tutti i giorni al centro, gente un po’ più adulta, amici tuoi, signori coi capelli bianchi – ed i protagonisti del film, a cui erano state riservate quattro file centrali: ragazzini e ragazzine con le loro famiglie, signore e padri dei Quartieri Spagnoli.

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Sapevo della trama: avevo letto la locandina che avevo trovato da Cammarota, facendo l’aperitivo proprio sui Quartieri, ed avevo già visto i lavori dei due artisti sparsi sulle porte dei bassi e sui muri dei vicoli; sapevo come il progetto si fosse sviluppato durante tre anni di compenetrazione e di scambio totale tra Cyop&Kaf ed i Quartieri Spagnoli – loro e le mura, i posti, le persone.

Mi aspettavo dunque di vedere le imprese dei ragazzini dei Quartieri Spagnoli intenti a procurarsi il legno per cippo di Sant’Antonio. Quello che non mi aspettavo era di sentire in sala i loro commenti, le loro risate nei passaggi più concitati o addirittura gli applausi durante i momenti salienti; seduti proprio davanti a me si scambiavano ogni tanto un cellulare, mentre le ragazze scattavano foto nel buio, ed il tutto ha reso lo spirito del progetto ancora più reale, le contraddizioni evidenti,

l’anima dei Quartieri Spagnoli fin dentro la sala.

Gli “Appunti visivi”, il documentario intitolato Quore Spinato, sono stati invece l’emozione che ha confermato tutto quello che la mente aveva pensato fino a quel momento.

Un’umanità brulicante e fremente, che scalpita per emergere, che spende le sue energie attorno ad un rito antico ed anacronistico, che sa rimanere ancora spontanea da una videocamera, alla quale sa regalare tutta la verità della sua voglia di fare senza sapere.

Un’umanità fatta di signore affacciate e uomini agli angoli dei vicoli, chi sostiene e chi osteggia ragazzini disposti a tutto pur di sentirsi adulti

– eppure tutti, nessuno escluso, nessuna delle facce di questa umanità può resistere al richiamo della pittura, nessuno riesce a non rimanere affascinato da quelle opere d’arte improvvise, che compaiono davanti agli occhi come una sorpresa durante un’ordinaria passeggiata

– tutti le notano, sanno dove sono, qualcuno ne va fiero, i bambini, anche quelli più piccoli, vogliono prenderne parte.

Così si vede bene quel Quore Spinato, quella corona di spine intrecciata finemente e difficile da districare, se ci provi ti fai male;

così capisci cos’è QS, quell’acronimo che significa due cose, e significa entrambe molto bene.

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Per chi guarda Napoli come fosse uno spettatore, i Quartieri Spagnoli sono uno spettacolo affascinante ed imperdibile.

I Quartieri Spagnoli mi hanno sempre attirata, nei miei limiti ho sempre provato ad esplorarli per poter dire di conoscerli, eppure continuo a dimenticare il nome giusto di ogni vicolo; non so andare in motorino perchè da bambina avevo paura di imparare ad andare in bicicletta – e mai ho imparato – però amo esserne il passeggero quando il motore si arrampica risalendo i Quartieri fino al Corso per riuscire almeno ad avere quella prospettiva;

io sono cresciuta su una strada larga e trafficata, con i pullman che facevano tremare le pareti ed i soprammobili della cucina, e quelle strade strette descritte sui manuali come progetto di sistemazione urbanistica vicereale e sui quotidiani come sede di malavita e criminalità erano sempre state un invito silenzioso, una porta su quella lingua parlata dalla nonna ma proibita a scuola dalle maestre, una strada da percorrere per ritrovare il dialetto e le facce e l’umanità dei napoletani che non sono cresciuti sulle strade larghe, e sanno dire, a volte senza saper parlare, qualcosa che noialtri non riusciremo mai a dire, e che quando lo comprendiamo ci rapisce e ci riempie di ammirazione.

Cyop&Kaf hanno aperto una di quelle porte dove a Napoli si entra piano piano ma senza bussare.

Io consiglio a tutti voi di entrarci a fare un giro, alla Sala Assoli, dal 6 al 9 Febbraio.

Mary and me – 4. Monte Pio

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Aveva debiti,

beveva e picchiava,

eppure era un genio.

Napoli era un nascondiglio,

l’ultima spiaggia,

eppure lo accolse e lo rese grande,

lo attese nei vicoli bui e nelle facce del popolo. wpio

 

 

I suoi occhi vedevano e riproducevano corpi emersi dalla luce

figure che l’hanno reso immortale

parlando ancora di lui a chi le guarda.

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I più non conoscono il suo nome

per i più Michelangelo, quello vero

era quello del marmo scalfito per rabbiawpio-2

e manco i napoletani sanno

che il volto barbuto sulla centomila lire

è quello del pittore della grande tela delle Sette Opere di Misericordia

e manco sanno i napoletani che la grande tela è sull’altarewpio-5

di quella chiesa che non sembra una chiesa

di fronte a San Gennaro sull’alta guglia.

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Agnese è lì,

i piedi fermi e uniti sul pavimento di marmo intarsiato

gli occhi fissi sul dipinto del Caravaggio

e i primi capitoli della tesi in borsa,

e ancora non sa

gli anni passati a studiare per il concorso

la prima volta che siederà alla cattedra

ancora non sa

le facce insofferenti degli studenti

che diventeranno interesse solo quando parlerà del dipinto di Caravaggio

wpio-1ancora non sa

quella ricompensa per lo studio disperato e rapito

premiando il suo amore per quella chiesa che non sembra una chiesa

adesso sente solo il silenzio ed il freddo

in piedi di fronte alle Sette Opere di Misericordia

e l’unica cosa che ha chiara in mente è la strada che deve percorrere per tornare a casa

tra le strette salite di Montesanto

e sa solo che non ha mai avuto niente di meglio

della soddisfazione di scoprire

che Caravaggio è lì nella sua Napoli

che non ha il bisogno di inseguire l’arte tra le capitali d’Europa,

che Caravaggio è passato da lì

lasciandovi la sua opera più grandewpio-4

e tutte le speranze per una giovane napoletana

che non ha voglia di andare via

e che non se ne andrà.wpio-3

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Disegni di Mary Cinque

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Intro
1. La via di casa
2. Carmela
3. Eduardo

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Mary and me – 3. Eduardo

Il signor Eduardo inforca le lenti

la fronte aggrottata, lo sguardo sereno,

le righe si susseguono fittea7

– graffiti irriconoscibili per i comuni mortali.

Ma gli occhi azzurri del signor Eduardo

decodificano l’indecifrabile nelle macchie blu di quello sguardo

e la scrittura antica

diventa come note scritte su un pentagramma

– lineare e cristallina.

Musica perfetta agli occhi di Eduardo

Da bambino manco sapeva leggere

Nemmeno aveva mai visto un libro

e adesso le lettere si mettevano in fila

e lui svelava i segreti dei faldoni impolverati e ordinati

piegato leggermente

portando il segno col dito

scandendo sillabe e parole,

spiegandole ai giovani.

Gli piaceva vedere i ragazzi

immersi nell’odore di carta tra gli scaffali altissimi nella sala fredda

dell’Archivio storico del Banco di Napoli.

Lui da ragazzo si era innamorato di quei volumi misteriosi

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dalla prima volta che aveva messo piede nell’ex-Monastero

i chiostri diroccati e l’archivio con gli arredi lignei

i tavoli di consultazione

il silenzio ammuffito e rassicurante

il rintocco ciclico di un campanile tra i vicoli

Aveva scoperto, invaso da quel silenzio

i dettagli più reconditi della sua Napoli

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L’amore era corrisposto tra lui e quei volumi

– lui interrogava senza parole e quelli rispondevano senza parlare.

Gli anni erano passati senza che lui se ne fosse accorto

a capo chino i suoi capelli si erano tinti di bianco

a

e mentre le parole si dipanavano sul filo delle righe strette

sfilavano in quel silenzio

nella sua testa

tutti i suoi ricordi

quando non sapeva leggere

e nel rifugio non c’era silenzio

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–  Non era uomo allora, Eduardo

portava ancora i calzoni corti

ma in fronte aveva due occhi affamati e affacciati sul mondo

La sirena gli faceva tremare i timpani e il petto

e mentre pensava a spingere sua madre con sua sorella

badava bene a dove metteva i piedi

e la notte, nella grotta di tufo

si radunava con gli altri compagni

La madre dormiva

la faccia contrita sul giaciglio

Dormiva il caporicovero

e loro risalivano la scala, quella che arrivava nel cortile

la città vuota, deserta

nel cielo della notte si aprivano come squarci i fasci di luce della contraerea

le strade buie, il motore degli aerei

e loro, impavidi

Scorrevano come un film davanti agli occhi del signor Eduardo

ordinate come le parole

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le sue passeggiate notturne da ragazzino

il batticuore nei vicoli

e poi quella volta

quella notte in cui entrarono nel Monastero

C’era umido e silenzio e scoppi di bombe

e nessuno, se non quei volumi

gli occhi di Eduardo affacciati sul mondo

capirono che quello era il panorama che volevano indagare

capire quei simboli strani

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– e là erano finiti i ricordi di Eduardo

tutti tra i faldoni, le sigle, le annotazioni di anonimi copiatori

lo studio si era fuso con la sua vita

e, finita la guerra, era iniziata la sua ricerca.

Ed oggi,

oggi lui è l’unico vero esperto dell’archivio

l’unico in grado di trovare le risposte

e a sapere quali sono le domande da porre a quei volumi

La gente in visita, le scolaresche

rimangono tutti rapiti dalla sua intimità con gli scaffali

dalle dita esperte, che portano il segno

ed ogni giorno lui è lì

anche adesso ed anche domani

e mai si estinguerà la sua presenza tra gli scaffali

poiché tra le parole in fila sono i suoi ricordi, la sua vita

ed ogni lettore dovrà leggere e leggerà senza saperlo

di Eduardo

poiché egli è l’Archivio.

 

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Disegni di Mary Cinque

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Leggi anche:

Intro
1. La via di casa
2. Carmela

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Don Pedro de Toledo e la nuova capitale del Viceregno

Negli anni del viceré Don Pedro de Toledo, il cui governo durò ben un ventennio (1532-53), prese avvio una grande opera di risistemazione urbanistica, ampliamento e bonifica di alcune zone.

La cinta urbana che volle far realizzare rimane la più ampia della storia napoletana, e corrispose ad un’imponente opera di rettifica del tracciato planimetrico delle principali vie, con la loro pavimentazione, e l’apertura di nuove strade, nonché la definizione di un preciso progetto difensivo per la città.

Le mura vicereali evidenziano l’intento di Don Pedro di creare un nucleo cittadino, al riparo dalle sommosse interne, e con sicure comunicazioni via terra e via mare. Queste mura comprendevano tutta la zona di Pizzofalcone e via Chiaia; sul versante nord, dopo aver seguito un tracciato ancor oggi riconoscibile in Via Montesanto, cessavano all’altezza del Convento della Trinità, oggi Ospedale dei Pellegrini.

Questa nuova cinta urbana era quindi incompleta, ma il tratto senza mura era dominato direttamente dalla nuova fortezza di Sant’Elmo, costruita sulla collina del Vomero secondo i migliori canoni dell’ingegneria militare del Cinquecento, che prevedevano la sua pianta poligonale stellata.

Quest’ampliamento rientrava nei piani del Viceré, poiché non ritenendo le strette strade dell’antico quartiere Pendino gestibili in caso di rivolta, decise di stabilire la sua residenza nell’area dell’attuale Palazzo Reale, in prossimità del mare, tra i due siti di Castel dell’Ovo e Castel Nuovo, sotto la protezione del nuovo forte di Sant’Elmo, in modo da rendere il confine sul mare difendibile e sicuro.

Per l’entroterra, Don Pedro voleva evitare di passare per Porta Capuana e Porta Nolana, il cui raggiungimento richiedeva il passaggio lungo gli stretti decumani del Pendino, così ordinò la creazione di una nuova ed importante strada, l’attuale Via Toledo, che andò a colmare il tracciato dell’antico fossato aragonese, snodandosi dal nuovo Palazzo Reale fino alla Porta Reale evitando al Viceré di percorrere il Pendino in caso di spostamenti dalle sue residenze verso l’area interna.

Per assicurare il transito lungo la nuova Via Toledo, tra questa strada ed i piedi della collina del Vomero Don Pedro de Toledo incentivò la costruzione di un quartiere residenziale, oggi ancora chiamato Quartieri Spagnoli, impiantato su una serie di isolati a pianta quadrata, che in un primo momento fu destinato all’alloggiamento delle truppe dell’esercito spagnolo e degli uffici amministrativi relativi, poi occupato anche dalla popolazione.

Questo ampliamento, con la decisione di spostare la residenza del viceré e della corte nel nuovo Palazzo Reale, destinando l’antico Castel Capuano alla funzione di tribunale, spostò l’interesse del patriziato verso la via Toledo, più prossima alla reggia: la nuova zona si abbellì dei palazzi nobiliari, mentre l’area più antica della città, il centro storico, assunse il suo carattere popolare, abitato dalla fascia della popolazione meno abbiente.

Mary and me – 2. Carmela

L’avevano chiamata Via dei Tribunali

ma prima ancora era la via per la casa dei Re

Le maestà angioine e aragonesi

vi sfilavano entrando ed uscendo dal castello verso Capua

carmela3

i basolati scalpitanti al ritmo di cavalli aristocratici

e i nobili signori affacciati dai balconi dei loro fulgidi palazzi

finchè poi il vicerè della fiorente Toledo

non ritenne di dover avere dimora in un ampio spiazzo all’apice di strade rettilinee,

troppo larghe per il popolo.carmela1

La casa dei Re divenne tribunale, e poi carcere

la temibile e temuta Vicaria Vecchia

e ai balconi dei nobili si affacciarono i panni stesi sui fondaci

CARMELA

La via de’ Tribunali che conduceva alla porta antica fuori la città dei Romani

divenne l’arteria profonda sopra il vuoto di tufo colmo d’acque purissime

e oggi, tra i motorini e il clacson delle macchine a controsenso

Carmela cammina con lo sguardo all’insù

arrampicandosi sugli stucchi verso le strisce d’azzurro

e mentre agli angoli dei vicoli i ragazzi la chiamano per averne anche solo lo sguardocarmela2 copy

i suoi pensieri attraversano i secoli ed i millenni

sprofondando tra i contrasti di una città che la trattiene senza forza,

e quando la sera riempie quaderni di appunti

vestendo d’inchiostro le pagine bianche, pensando al momento che prenderà quell’aereo

non può fare a meno di ricordarsi dello sguardo di una bambina piccola

a Via dei Tribunali

che già parlava napoletano

ma guardava ammirata due zingari che sapevano baciarsi con più amore

di mamma e papà.

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Per saperne di più su Via dei Tribunali e Don Pedro de Toledo, puoi leggere la nota dell’autrice qui

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Disegni di Mary Cinque

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Leggi anche:

Intro
1. La via di casa

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Mary and me – 1. La via di casa

Quando niente nella giornata va come dovrebbe andare,
è l’aria del tramonto che mi consola in silenzio.
Per non sentire l’amarezza,
mi fermo al banco e compro le zeppole, i panzarotti, i crocchè.1tribunali2

Solo un’euroeottanta e il sacchetto di carta bianca pieno,
tutti guardano quella signorina con il vestitino leggero
che mangia la frittura con la faccia contenta di una bambina,
mentre il cielo sul decumano come sempre è una striscia di rosa e di azzurro,
fino ad aprirsi al cospetto del castello.1 tribunali

Mi piace lusingarmi pensando che la città sia lì per me a consolarmi:
la solita strada antica che porta a casa mia,
costellata di panni stesi, facce stanche e conosciute,
chi mi saluta, chi mi sorride e chi mi dà del voi 1tribunali4
– il nome di Caravaggio scritto come fosse una reclame,
la faccia di San Gennaro affacciato dalla guglia,
il semaforo pedonale sempre rosso,
la fontana di marmo nel cortile del palazzo ed il fascino celato del fondaco immerso nella città,
i balconi bassissimi dove stanno seduti cani e bambini,
dove guardano la strada uomini senza maglietta
finisce anche l’ultima zeppola quando appare il Vesuvio,
e poi il mio portone,

1tribunali5

il peso della giornata svanisce,
grazie alle carezze dell’invisibile mamma di tufo,
questa città che toglie e dà,
senza tregua e senza costanza,
ed io so che
finchè starò qui
avrò la certezza
di non aver sbagliato niente.

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Disegni di Mary Cinque

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