Mary and me – 5. La direttrice

Il cielo si stringe per entrare nei vicoli,
quando è il tramonto ed un azzuro pre-estivo si stinge tra le nuvole.
Una ragazza torna a casa,
ed il cielo stretto e costretto le ricorda entrandole nei respiri tutto quello che è cambiato.
Una sera tardi,
quella stessa ragazza mette il mascara chiusa in un ufficio,
l’ufficio è il suo,
il locale fuori la sua porta si riempie di persone,
la cercano, la conoscono, l’aspettano.

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Quel posto antico,
dove di notte le ciminiere rimangono come nere sentinelle ad ascoltare il casino,
tutti i giorni mentre lavora
e tutte le notti mentre ci beve su
la riempie di speranze e di malinconia,
risucchiando ogni pensiero che non sia il lavoro.

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Nell’ufficio c’è lei chiusa,
fuori il cortile con le macchine parcheggiate e gli intonaci cadenti,
dentro il computer e la stampante,
fuori le storie di un nobiluomo a cui il Re affidò l’impresa della Real Fabbrica,
dentro c’è il presente, i giovani, la musica,
fuori e sotto c’è la leggenda dei cavamonti e del monaciello,
alle porte della città,
sotto le imponenti torri di piperno, e immediatamente nelle vicinanze,
chi arrivava a Napoli entrando da Porta Capuana,
trovava quel posto, trovava il Formiello,

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la lana,
l’esercito dei Borbone,
i detenuti.
L’immagine di se stessa nel piccolo specchio senza cornice
ancora una volta le entra dentro,
gli occhi verdi che prima non truccava mai,
le sere trascorse al pc a fumare,
senza uscire, senza conoscere nessuno.

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La quotidianità stridente la riporta a quel passato profondamente diverso,
ed in questi piccoli momenti
fatti d’imprevedibili infinitesimali istanti
si esplica la parabola di un cambiamento radicale,
attraversato combattendo, e senza badarci troppo.
Alla ragazza sono cresciuti i capelli,
ha rivoluzionato il suo armadio, ha cambiato lavoro, e si sente come dopo un lavaggio in lavatrice.
Lo sporco è andato via, le macchie però le tornano nello sguardo, come ombre sulla vista di tutto ciò che è diverso da prima. 

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Nuove persone chiamano il suo nome,
sorrisi e abbaracci hanno nuovi sapori,
e spesso questa ragazza non sa come acconciarsi i capelli troppo cresciuti,
senza le geometrie di una frangia corta ed una rasatura entro cui rifugiarsi.
Ha perso qualcuno, che è rimasto indietro andando avanti,
ha trovato l’amore che inseguiva da sempre
per poi scoprire che non esiste l’amore perfetto.
Si perde negli sguardi e nelle parole cercando qualcosa a cui appartenere.
Quella ragazza era arrabbiata,
sapeva fare casino e litigare,
urlava dopo giornate passate nel sottosuolo della sua città.
Ora ha congelato le sue emozioni,
ed ha comprato un giobbotto di pelle.
I suoi pensieri prendono aerei e inseguono persone.
Lei cammina col cielo infilato tra i vicoli,
e nelle tasche a piccoli frammenti,
aspettando di liberarlo nell’azzurro di un’estate
con le nuvole stagliate ben lontano, all’orizzonte.

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Disegni di Mary Cinque

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Leggi anche:

Intro
1. La via di casa
2. Carmela
3. Eduardo
4. Monte Pio
6. Madonna Napoletana
7. Bellini

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Buona la prima: QS – L’anima in sala

Per chi guarda Napoli come fosse uno spettatore, come capita di fare a me, l’occasione della prima del film di Cyop&Kaf, “Il Segreto”, proiettato tra le pareti del Cinema Astra, era un’occasione da non perdere.

Così, ieri sera, e dopo averlo lungamente preventivato ed organizzato, mi sono infilata in macchina ascoltando questo pezzo qui, e sono andata al cinema in Via Mezzocannone, con un buon tempo d’anticipo rispetto all’orario previsto per l’inizio del film, perchè avevo paura di non trovare il posto e perchè a me, al cinema, mi piace andare presto – e forse anche perchè avevo visto l’altissimo numero di persone che avevano assicurato la loro partecipazione perlomeno virtuale cliccando sulla pagina evento di Facebook.

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Già la visione del trailer e di qualche stralcio degli “Appunti visivi dai Quartieri Spagnoli” intitolati “Quore Spinato” avevano del tutto attirato la mia attenzione perchè emergeva con immediatezza, quasi con prepotenza, la vicinanza con cui Cyop&Kaf erano riusciti a ritrarre dal vero i loro protagonisti, però usando una videocamera al posto dei pennelli.

Per me che amo respirare il colore di questa città, la prima è stata il giusto evento a coronamento di un progetto che mi è sembrato volesse porre l’accento sulla contradditorietà dei luoghi e delle persone.

Infatti, oltre che alla location, situata ai margini del Centro Storico ma proprio sull’incisione profonda della mano del Risanamento di fine Ottocento, anche il pubblico era dei più eterogenei, ragazzi che ti capita di vedere tutti i giorni al centro, gente un po’ più adulta, amici tuoi, signori coi capelli bianchi – ed i protagonisti del film, a cui erano state riservate quattro file centrali: ragazzini e ragazzine con le loro famiglie, signore e padri dei Quartieri Spagnoli.

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Sapevo della trama: avevo letto la locandina che avevo trovato da Cammarota, facendo l’aperitivo proprio sui Quartieri, ed avevo già visto i lavori dei due artisti sparsi sulle porte dei bassi e sui muri dei vicoli; sapevo come il progetto si fosse sviluppato durante tre anni di compenetrazione e di scambio totale tra Cyop&Kaf ed i Quartieri Spagnoli – loro e le mura, i posti, le persone.

Mi aspettavo dunque di vedere le imprese dei ragazzini dei Quartieri Spagnoli intenti a procurarsi il legno per cippo di Sant’Antonio. Quello che non mi aspettavo era di sentire in sala i loro commenti, le loro risate nei passaggi più concitati o addirittura gli applausi durante i momenti salienti; seduti proprio davanti a me si scambiavano ogni tanto un cellulare, mentre le ragazze scattavano foto nel buio, ed il tutto ha reso lo spirito del progetto ancora più reale, le contraddizioni evidenti,

l’anima dei Quartieri Spagnoli fin dentro la sala.

Gli “Appunti visivi”, il documentario intitolato Quore Spinato, sono stati invece l’emozione che ha confermato tutto quello che la mente aveva pensato fino a quel momento.

Un’umanità brulicante e fremente, che scalpita per emergere, che spende le sue energie attorno ad un rito antico ed anacronistico, che sa rimanere ancora spontanea da una videocamera, alla quale sa regalare tutta la verità della sua voglia di fare senza sapere.

Un’umanità fatta di signore affacciate e uomini agli angoli dei vicoli, chi sostiene e chi osteggia ragazzini disposti a tutto pur di sentirsi adulti

– eppure tutti, nessuno escluso, nessuna delle facce di questa umanità può resistere al richiamo della pittura, nessuno riesce a non rimanere affascinato da quelle opere d’arte improvvise, che compaiono davanti agli occhi come una sorpresa durante un’ordinaria passeggiata

– tutti le notano, sanno dove sono, qualcuno ne va fiero, i bambini, anche quelli più piccoli, vogliono prenderne parte.

Così si vede bene quel Quore Spinato, quella corona di spine intrecciata finemente e difficile da districare, se ci provi ti fai male;

così capisci cos’è QS, quell’acronimo che significa due cose, e significa entrambe molto bene.

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Per chi guarda Napoli come fosse uno spettatore, i Quartieri Spagnoli sono uno spettacolo affascinante ed imperdibile.

I Quartieri Spagnoli mi hanno sempre attirata, nei miei limiti ho sempre provato ad esplorarli per poter dire di conoscerli, eppure continuo a dimenticare il nome giusto di ogni vicolo; non so andare in motorino perchè da bambina avevo paura di imparare ad andare in bicicletta – e mai ho imparato – però amo esserne il passeggero quando il motore si arrampica risalendo i Quartieri fino al Corso per riuscire almeno ad avere quella prospettiva;

io sono cresciuta su una strada larga e trafficata, con i pullman che facevano tremare le pareti ed i soprammobili della cucina, e quelle strade strette descritte sui manuali come progetto di sistemazione urbanistica vicereale e sui quotidiani come sede di malavita e criminalità erano sempre state un invito silenzioso, una porta su quella lingua parlata dalla nonna ma proibita a scuola dalle maestre, una strada da percorrere per ritrovare il dialetto e le facce e l’umanità dei napoletani che non sono cresciuti sulle strade larghe, e sanno dire, a volte senza saper parlare, qualcosa che noialtri non riusciremo mai a dire, e che quando lo comprendiamo ci rapisce e ci riempie di ammirazione.

Cyop&Kaf hanno aperto una di quelle porte dove a Napoli si entra piano piano ma senza bussare.

Io consiglio a tutti voi di entrarci a fare un giro, alla Sala Assoli, dal 6 al 9 Febbraio.