Mary and me – Intro

intro copy

L’anima di Napoli si schiude a chi è disposto a coglierla, e da allora ne resta incantato, quasi prigioniero.

Quell’anima si dipana per le strade antiche, accompagna lo sguardo ed i sensi, arriva nelle piazze incorniciate dai vicoli, si innalza nelle cupole delle chiese, senza perdersi nemmeno nel cielo azzurro, e continua a raccontarsi ad ogni passo ed in ogni pensiero.

Quando Napoli racconta, ci sono persone che prendono appunti.

Platone, nel V sec. a.C., affermava che le anime entrano in comunicazione mediante vibrazioni che si trasmettono dall’una all’altra, fino a fondersi indissolubilmente, e questo fenomeno comunemente è definito dagli uomini come amore.

Questo è quello che è accaduto per le due autrici che, incantate come da un sentimento d’amore platonico per l’anima di una città che sa scomporsi in frammenti anche estremamente contrastanti tra loro, hanno ascoltato il racconto di quell’anima, e l’hanno trasferito nelle forme a loro più congeniali, osservando gli stessi luoghi, percorrendo la stessa strada.

Nasce un racconto di parole e disegni:
l’incontro di due modi di sentire una stessa città e di due modi di metterla sullo stesso foglio che sanno raccontare quel che la città dice senza scrivere né disegnare.

Il processo creativo nasce dal profondo sentimento di fiducia che le autrici nutrono per i luoghi che si sono proposte di raccontare: partendo da un itinerario ideale, ricco dal punto di vista storico-artistico, interessante per l’architettura e la storia cittadina, hanno realizzato un lavoro che potesse suggerire suggestioni ed emozioni legate intimamente ai luoghi che le hanno ispirate.

Una strada, secoli di storia, ed una città che si racconta senza nascondersi.

La strada è Via dei Tribunali.

La storia è quella che comincia con le triremi greche che solcano il mare fino a Megaride.

La città è Napoli, che si racconta senza nascondersi.

Quel racconto è stato trascritto da Mary Cinque e Ilaria Iodice.

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1. La via di casa

2. Carmela

3. Eduardo 

4. Monte Pio

5. La direttrice

6. Madonna Napoletana

7. Bellini

White cliffs of Dover


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Luglio 2012

Il vento si rincorreva con le nuvole e gli amici non erano più gli stessi.
Sullo stretto di Dover passavano i gabbiani, dalla Francia all’Inghilterra.
Sentirsi niente davanti al mare e al cielo e nel vento era una sensazione che già conosceva

– ma adesso era al Nord.

Al Nord, la casa era dall’altra parte del mare.
La Francia, l’Europa, l’Italia.
Al Nord, il vento non era un carezza, non uno schiaffo, ma una spinta.

Il vento stava lì a ricordarti quello che avevi scelto, e quello che avevi lasciato.
Non era il vento caldo del Sud, consolatore, che profuma di mare e di raggi di sole.

Al Nord, il vento bacchetta il mare tra la Francia e l’Inghilterra,
ed anche le persone.

July 2012 

The wind ran after the clouds and friends were no longer the same.
The gulls passed over the strait of Dover, from France to England.
Feeling nothing in front of the sea and the sky and in the wind was a feeling she already knew

– But now she was in the North.

In the North, home was at the other side of the sea.
France, Europe, Italy.
In the North, wind was not a caress, not a slap, but a push.

The wind was there to remind you what you had chosen, and what you had left.
Not the warm wind from the south, comforter, that smells like the sea and sun rays.

In the North, the wind stirs the sea between France and England,
and people too.

La faccia mia sotto ai piedi tuoi a Piazza del Plebiscito

Stamattina, tra gattina e caffè, ho pensato che il freddo era sconvolgente, e messo un plaid sulle spalle, ho constatato che luce, clima e plaid mi ricordavano fin troppo i gelidi risvegli londinesi.

Leggendo i soliti status di carattere meteorologico, anche oggi è stata la Home di Feisbuk a fare la giornata: la notizia che ho pubblicato ieri, in un post che  potete leggere qui, è arrivata fin su Il Mattino.

In posta ho trovato email e commenti, domande, voglia di denunciare il tutto ed ottenere una condanna, che paghino, come hanno osato?

Ed io, che ancora volevo scrivere il post che state leggendo adesso, mi sono immediatamente messa alla tastiera, dopo aver consultato di nuovo il manuale di restauro studiato all’Università e stavolta ascoltando questo pezzo qui.

Commenti, domande, denunce e critiche mi guidano nella stesura di queste righe.

Grave, e perchè è grave?
Che doveva fare Mario Martone con la sua troupe?
Che doveva fare, il santo benefattore di Napoli?
Farsi carico di spese ed oneri che non gli spettano e riportare Napoli ed i suoi monumenti al suo antico splendore?

Io dico: no, assolutamente. Esiste però un’etica, se non addirittura una coscienza.
Passare una pittura su un marmo storico non è nè più nè meno che scriverci sopra con la bomboletta. E’ imbrattare indiscriminatamente il Patrimonio culturale, che si chiama così proprio perchè appartiene a tutti.

Ma la coscienza non dovrebbe fermarsi a questo. Potrebbe fare addirittura un altro step: pensare a qualcosa di non permanente e di non invasivo.

Anche i writer lo sanno, loro che “il muro cittadino è la mia tela”: non si pitta sulle pietre. Le pietre, soprattutto quelle napoletane, come il tufo o il piperno, e non per ultimo il marmo, sono porose, assorbono come una spugna, è difficile se non impossibile ripulirle del tutto.

La pittura della troupe ora deturpa in maniera permanente quella che è una delle più importanti opere napoletane, se non quella più conosciuta dai turisti/crocieristi che non arrivano più in là di Via Chiaia.

E allora, alla fine,  se proprio nessuno spiega come sia stato possibile, che doveva fare Martone?
Il restauro dei monumenti?

No, poteva lavorarci in post-produzione sugli obbrobri. O girare la telecamera altrove.

Poteva girarci intorno, invece di calpestare.

“Il giovane favoloso”, che racconta gli ultimi anni di Giacomo Leopardi, che di Napoli era innamorato, è stato girato anche in altre città italiane. A Roma. A Firenze. A Recanati. E lì, come si sono comportati tutti?

Certo, dimenticavo: Napoli non è Italia. A Napoli se pittiamo il bianco sopra lo sporco stiamo facendo solo una cosa buona.

E sulla carta da parati, che tieni da ridire? Mica è permanente?

No, è vero, non lo è.

Il famoso link che aveva scatenato la mia curiosità poneva l’accento sul commento che alla cosa aveva dato Francesco Emilio Borrelli, leader degli Ecorottamatori, il quale con amarezza s’indignava di una cura per i nostri beni culturali e monumentali  di carattere saltuario e opportunista, ovvero solo in occasione di eventi, riprese cinematografiche e televisive.

E’ molto peggio di così. Ai nostri beni culturali ci sputano sopra, e poi esce la notizia che hanno fatto qualcosa di buono. Che hanno riportato alla luce le venature del marmo.

Invece no. Sono disegni su carta da parato. Quel marmo là, il basamento all’opera del Canova, sta prigioniero sotto quelle false venature.

Non è stato difficile leggere in rete, già da una settimana, che la pellicola è prodotta da Rai Cinema, con i contributi, tra gli altri, della Regione Marche e del Ministero per i Beni Culturali. Addirittura una cifra: otto milioni di euro.

Ma quanto costano le buatte di pittura e i rotoli di carta da parati?

Avrà detto il ferramenta: “E a che vi serve?”

Ma prima di andare dal ferramenta, sicuramente l’assistente di produzione o chi per lui, sarà andato al Comune di Napoli, a chiedere l’autorizzazione per riprese cinematografiche in luogo pubblico e storico, come prescrive la prassi.
Il Comune, secondo la prassi, dopo aver richiesto ai produttori un’assicurazione a copertura di eventuali danni, concede l’autorizzazione interessandosi  di date e fasce orarie, dell’argomento della fiction, e dell’effettiva entità dell’impatto che le riprese avranno sul bene storico.

A noi, cittadini ed amanti della città, non è dato sapere tutto questo. Non sappiamo chi abbia autorizzato cosa, non sappiamo dove fosse il Comune mentre i fravecatori fravecavano, non sappiamo perchè nessuno di coloro che avrebbero dovuto fare l’interesse del nostro patrimonio e del nostro retaggio culturale se ne è interessato.

Il problema è proprio questo, neanche tanto le condanne e la giustizia – probabilmente è ottenibile perlomeno un risarcimento danni  – a me interessa la strafottenza.

Basta scrivere “pulitura marmo” su Google – senza neanche andare a scomodare Cesare Brandi, padre della disciplina del restauro – e vengono fuori molti metodi economici e casalinghi, consigliati da quelle signore che tengono le scale di marmo nel palazzo.

A me interessa l’ignoranza.

Lo sanno che, quando vide quelle colonne, Ferdinando dovette pensare che avrebbe trasformato quell’affronto in un lustro per il suo regno?  Che avrebbe fatto un pantheon di marmo, come quello famoso di Roma, che all’epoca manco era capitale?

Lo sanno che dopo il 1861 il Re d’Italia volle soggiornare proprio a Napoli, di fronte a quel Pantheon borbonico, per instaurare la sua presenza nel Regno più ricco e potente della penisola fino ad allora?

Non era bastata la chiusura di un’ala del colonnato, o il posizionamento di una rete di sicurezza di colore verde al sotto delle campate per arginare la caduta d’intonaci, non erano bastate le erbacce che crescono rigogliose, o i tanto discussi graffiti;

l’offesa all’ex voto di Ferdinando  si è perpetrata ancora, senza rispetto per quella spesa e quello sforzo che nell’immaginario di un Re che riconquista il proprio regno doveva corrispondere a costruire un’elegante corona di marmo per la sua capitale.

Oggi, Ferdinà’, ci abbiamo passato un poco di stucco sopra.
Ecco il tuo pantheon, ecco la tua capitale, i tuoi ministri.

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Sotto il tappeto a Piazza del Plebiscito

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Abitudine mattutina discutibile – questo sicuramente – di una buona percentuale di giovani napoletani nati dopo l’ottantatrè è quella, appena svegli, di pigliarsi il caffè e dare un occhio a Feisbuk.

Una mattina della settimana scorsa, con la tazzina in una mano e la rotella del mouse nell’altra, e con un buon pezzo in sottofondo – questo qui – scorrendo la Home dell’amato/odiato social network ho visto diversi amici condividere quella che è stata la notizia del giorno: Piazza del Plebiscito ripulita dai graffiti e dalla sporcizia per le riprese del nuovo film di Mario Martone, intitolato “Il giovane favoloso”.

Il link condiviso – a cui potete dare un occhio qui – era correlato di foto al set e alle riprese che mostravano comparse e attori in costumi d’epoca, incastonati tra il bianco splendente dei marmi e delle colonne della Basilica di San Francesco di Paola e delle statue equestri dei Borbone, con il mare ed il fianco del Vesuvio sullo sfondo.

Chiaramente, quella mattina della settimana scorsa, come prima cosa dopo aver letto e visto, anch’io ho condiviso il famoso link, e con tanto di errore di battitura dovuto all’occhio azzeccato di sonno, nello stile quasi epigrafico della mente appena sveglia neanche in grado di imbastire una consecutiva, questo è stato il mio commento:

“Emoziona vedere finalmente il bianco dei basamenti delle statue equestri.
Una delle più belle piazze che si possano pensare, affacciata sul mare.
Sempre vi dovete mettere scuorno, però”.

Chiaramente, da fanatica di quella che è una città bistrattata persino da chi l’amministra, quel giorno ho voluto andare a vedere la piazza messa a lucido ed ingioiellata, dopo il caffè, un pranzo frettoloso compensato da un babà a crema da Scaturchio e una passeggiata sotto l’ombrello da San Domenico alla Galleria Umberto I.

“Che fai, ci vieni a vedere Piazza del Plebiscito?”

La piazza era incorniciata dalla pioggia fitta, nel buio della sera che di questi tempi arriva già alle cinque. Stretta nel cappotto, ho misurato i passi sotto il colonnato semicircolare, fino a giungere al suo centro, al pronao della basilica.

La curiosità che ha affrontato il diluvio di quel pomeriggio si è scontrata con una mano di pittura stesa ad altezza uomo. Pennellate di grigio e di bianco, ben visibili, passate sulle colonne e sui pilastri del pronao,  ma solo dove era necessario alle riprese.

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L’incredulità ha avuto bisogno di toccare con mano, per constatare al tatto che veramente i marmi ottocenteschi erano stati ricoperti di una non meglio identificata pittura.

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La pioggia era finita, così ho voluto avvicinarmi alle statue equestri di Carlo III e Ferdinando I, magnifiche opere di bronzo poste su podi di marmo.

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Lì, lo scarso rispetto per il patrimonio storico e per la sua conservazione si è trasformato addirittura in una presa in giro fatta di carta da parati simil marmo, ritagliata in strisce verticali ed applicata secondo necessità.

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Come spazzare la polvere sotto il tappeto.

La rabbia mi ha portato il giorno dopo ancora lì, armata di macchina fotografica, a documentare lo scempio immersa nel gelo pomeridiano di questi giorni.

Qui, tutte le foto che ho scattato.

A prescindere dalle eventuali considerazioni e sicure jastemme – delle quali vi parlerò domani – che tutto ciò ha provocato in me, rimane il fatto che queste fotografie costituiscono ancora una volta il documento del  decadimento e dello stato d’abbandono in cui versa il patrimonio monumentale cittadino.

Come se questo non esistesse, come se non fosse storia, come se non fosse neanche patrimonio costituente un’ipotetica fonte di introito e forse anche di vanto per la nostra città; come se Napoli, ancora una volta, come dice un famoso testo che non amo molto, fosse solo “‘na carta sporca, e nisciuno se ne ‘mporta” .

E se Pino Daniele mi faceva schiattare in corpo, figuratevi questi qua.